Alcuni docenti e studenti della Facoltà Teologica Pugliese commentando il testo del discorso di papa Leone XIV
Contro ogni ecumenismo di trincea

Un approfondimento sul discorso di Leone XIV a cura del prof. Piergiorgio Taneburgo, OFCapp. Attualmente è docente stabile associato di teologia ecumenica presso la Facoltà Teologica Pugliese.
L’esperienza vissuta a Roma, presso la Basilica Vaticana e poi nei Palazzi Apostolici il giorno 2 marzo 2026, ha avuto molteplici valenze positive. La prima, molto immediata e pratica, è aver potuto condividere del tempo, veri brandelli di vita con le Studentesse, gli Studenti, i Docenti, gli Amministrativi, anche degli Istituti Superiori di Scienze Religiose, che finora non si sono mai incontrati fra loro. L’incontro in presenza è il presupposto per allargare le vedute di ciascuno e gli orizzonti verso cui navigare nel quotidiano lavoro. Personalmente ho avuto degli scambi proficui e benedico il Signore per questo. Ecco alcune riflessioni libere sulle parole che ci ha donato Papa Leone. Il suo cuore e la sua mente erano sicuramente presi e determinati dall’emergenza dell’ennesima guerra, che sta infiammando gli scenari precari del Medio Oriente, allargandosi a macchia d’olio e con sviluppi imprevedibili. L’impressione allora è che, nonostante le giornate difficili, anche il Santo Padre si sia voluto riposare sull’onda di un amore e di un applauso tanto lungo e cordiale.
1. La prima parola che desidero evidenziare è: «La teologia serve per l’annuncio del Vangelo». Sarebbe fuori luogo e perfettamente inutile ricercare, scrivere, leggere, studiare ed insegnare, se non vi fosse un obiettivo di prassi quotidiana e faticosa di annuncio convincente e sorridente del Vangelo di Gesù di Nazareth. Ogni teologia andrebbe fatta senza dimenticare il contesto di appartenenza, il tempo che dal Signore ci è concesso di vivere, le sollecitazioni che offre l’ambiente circostante. Anche il teologo non potrebbe essere diversamente caratterizzato/mappato che dal suo DNA personale e da un fenotipo che va normalmente monitorato e valorizzato. Annunciare oggi il Vangelo richiede preparazione non comune e naturalmente l’entusiasmo dei cuori semplici, la freschezza di chi non segue fini diversi, mascherati.
2. La seconda indicazione del Papa riguarda «fare teologia insieme». Mons. Tonino Bello, da novello Vescovo di Molfetta, volle trasformare la traccia del Card. Michele Pellegrino, «Camminare insieme», nel Progetto pastorale «Insieme per camminare». Abbiamo provato a restare insieme nella stessa Sala Clementina con Studenti, Docenti, Seminaristi e Vescovi della regione Calabria. Non saprei dire fin quanto l’esperimento dell’accorpamento e fusione possa essere riuscito nel piccolissimo frattempo dell’udienza. Dire o pensare alle Chiese del Sud Italia potrebbe essere anche riduttivo o costrittivo. Credo serva rivalutare sempre di più l’esperienza del mare Mediterraneo, di cui già il Ven.le Giorgio La Pira parlava e si nutriva per i suoi “sogni utopistici”.
Il mare è uno spazio vocazionale che ha bisogno di essere attraversato da noi, gua(r)dato e studiato con gli scenari difficili che le migrazioni, lo scambio tra fedi e culture, le guerre commerciali e non, lasciano intravedere, esigendo risposte urgenti e credibili. Nella nostra Facoltà nell’anno accademico 2019-2020 è stato già impartito un corso sulla «Teologia fra le sponde: pensare l’uomo nel Mediterraneo», propedeutico all’evento svoltosi a Bari dal 19 al 23 febbraio 2020, alla presenza di Papa Francesco e dei Vescovi delle Conferenze che si affacciano sul mare nostrum.
Un altro porto sarà toccato da alcuni di noi alla fine di questa primavera, a Barcellona. La Rete Teologica del Mediterraneo, di cui fanno parte alcuni Docenti della Facoltà Teologica Pugliese, si riunirà in presenza dal 9 al 12 giugno c.a., discutendo e riflettendo sulla traccia: «La dimensione escatologica della riconciliazione. Percorsi nel presente tra memoria e futuro». Sono molteplici le attese di riconciliazione negli spazi del mar Mediterraneo, oggi più di ieri. Sarà un laboratorio di approfondimento transdisciplinare e sistematico, in concomitanza con i Vescovi riuniti per il loro incontro con Papa Leone XIV.
Il Santo Padre è atteso a Barcellona il 9 e 10 giugno 2026 per l’inaugurazione della Torre di Gesù Cristo alla Sagrada Familia. L’appuntamento coi Vescovi, il Clero e i Consacrati avverrà nel contesto della Visita apostolica, che includerà delle tappe anche a Madrid e alle isole Canarie. Il 10 giugno 2026 è prevista la cerimonia per il completamento della torre più alta della basilica, nel centenario della morte di Antoni Gaudì i Cornet (1852-1926), l’«architetto di Dio», dichiarato Venerabile da Papa Francesco il 13 aprile dell’anno scorso, pochi giorni prima di morire. A voler toccare il cielo, tuttavia, furono anche gli abitanti di Babele. La confusione deve necessariamente cedere il posto all’armonia, alla pace e al dialogo.
3. Ultima parola che rilancio dal discorso di Papa Leone è quella con cui egli ha descritto un «mosaico di unità e di comunione». Per perdonare le colpe del peccatore, degli uomini che confliggono solo per desiderio di potere e guadagno, entra in azione sempre tutta la Trinità, luogo e tempo di Amore scambiato. Si possono ricordare le parole di Gesù Risorto con cui istituiva il sacramento della Riconciliazione: «“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,21-23).
Tuttavia non vogliamo dimenticare l’azione onnipotente del Padre ovvero la Divina Misericordia, e l’effusione abbondante dello Spirito, il Divino Amore, su cammini che vengono continuamente riaperti. La santa Trinità è davvero il più bel «mosaico di unità e di comunione». Questi processi coinvolgono e interessano inevitabilmente anche le Chiese cristiane e le religioni mondiali. Non sapremmo cosa farcene di un ecumenismo di trincea, né alcuno potrebbe mai giudicare lecita o gradita a Dio la preghiera di quanti impongono le loro mani su seminatori di morte, pensando di invocare Dio per una crescente prosperità economica e spirituale. Bene ha scritto Giovanni Arcidiacono, per due mandati Presidente dell’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia (UCEBI): «Una liturgia di potere travestita da preghiera» (in Riforma.it, 9.3.2026). Il teatrino delle marionette lascia sempre di più sconvolti e senza parole. La menzogna dei capi è ormai da tempo sotto gli occhi di tutti (cfr. Mt 28,11-15). Le parole del Papa sono sempre più forti e chiare per sgombrare il campo da false illusioni e tradimenti della Verità.
Tra tempeste e orizzonti: la teologia come navigazione in mare aperto

Il primo approfondimento sul discorso di Leone XIV è a cura del prof. Francesco Martignano, presbitero della Diocesi di Nardò-Gallipoli. Attualmente è docente stabile associato di Liturgia presso la Facoltà Teologica Pugliese.
La metafora della teologia come navigazione ed esplorazione in alto mare possiede una forza euristica singolare perché sottrae il pensare credente alla rassicurante immobilità del porto e lo espone alla vastità, alla mutevolezza, talvolta alla violenza dell’esperienza storica. Navigare significa orientarsi senza possedere mai definitivamente la rotta; significa accettare che la verità non sia un possesso statico, ma un cammino attraversato da venti contrari, correnti impreviste, notti senza stelle. Una teologia che si concepisca come porto sicuro, autosufficiente nella propria architettura sistematica, rischia di irrigidirsi in una forma che confonde la solidità con l’immobilità e la fedeltà con la chiusura: «la teologia di laboratorio, la teologia pura e “distillata”, distillata come l’acqua, l’acqua distillata, che non sa di niente» (Papa Francesco alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale, Napoli, 21 giugno 2019). Invece una teologia con lo stile della navigazione che accetta di attraversare le proprie crisi, di lasciarsi alleggerire, di perdere il carico superfluo, può ritrovare la sua vocazione più autentica con l’aiuto di una prospettiva fenomenologica: essere uno strumento particolarmente adeguato per confrontarsi con le sfide e le evidenze della cultura contemporanea, segnata da pluralismo, soggettività, sviluppo scientifico e ricerca di senso, mettendo in dialogo criticamente – come nella natura della funzione della teologia – la Rivelazione cristiana con l’esperienza concreta dell’uomo contemporaneo, mostrando come il mistero di Gesù Cristo non si imponga come una verità estrinseca o puramente dottrinale, ma si manifesti come risposta significativa alle domande fondamentali dell’esistenza che emergono con particolare forza nel contesto culturale del nostro tempo.
E tuttavia se la metafora usata dal Papa è assunta nella sua radicalità, essa implica anche la possibilità del naufragio: non soltanto il governo della nave, ma la sua perdita. È in questa luce che acquista particolare densità simbolica il riferimento di Hans Urs von Balthasar (cf. Gloria. Una estetica teologica. VII: Il Nuovo Patto, Milano, Jaca Book, 1977) al naufragio di Paolo narrato negli Atti degli Apostoli (At 27). Il racconto lucano, minuzioso fino al dettaglio tecnico, si rivela teologicamente trasparente: la nave è prima fasciata con gomene, poi alleggerita; si getta il carico, si smonta l’attrezzatura, si lascia andare perfino il frumento in mare. È una lunga spoliazione. «Ogni speranza di salvarci sembrava ormai perduta». E tuttavia, nel cuore stesso della disfatta, risuona l’annuncio: non vi sarà perdita di vite, ma solo della nave.
La distruzione del mezzo diviene così condizione della salvezza. La prua si incaglia, la poppa si sfascia; chi sa nuotare si getta tra i flutti, gli altri si aggrappano a tavole e rottami. Tutti raggiungono la riva. La forma esterna si infrange; la vita si salva. In questa scena, che Balthasar legge in chiave escatologica, la struttura appare nella sua verità: necessaria ma penultima, preziosa ma non definitiva. Ciò che è temporale, per quanto indispensabile, è esposto al logoramento del tempo. Le istituzioni si allentano, gli addentellati apparentemente solidi cedono, molte strutture arrugginiscono e devono essere sostituite. La nave non è la salvezza, ma lo strumento provvisorio di un attraversamento.
Trasposta sul piano teologico, tale immagine può essere coerentemente illustrata da M. De Certeau: «ciò che il cristianesimo può dire di se stesso, nell’ambito di una cultura nuova […] come si articola la sua operazione propria. E quali aspetti strutturali sono suscettibili di precisare come, in una situazione epistemologica data, il cristianesimo è pensabile» [Debolezza del credere. Fratture e transiti del cristianesimo, tr. e pref. di S. Morra, Città Aperta, Troina 2006 (orig. franc. 1987), p. 243]. Come commenta S. Molla, «la domanda [di De Certeau] è la pensabilità e la plausibilità del cristianesimo, non tanto e non solo oggi, ma ogni volta che una situazione culturale cambia. Il suo problema non è contenutistico, ma è operazionale: quale operazione è necessaria per consentirci di rendere pensabile e plausibile il cristianesimo ogni volta che la cultura intorno ad esso (e al suo interno!) muta? È esattamente la domanda su come sia possibile per il cristianesimo avere un corpo, cioè come si attui la toccabilità, la vivibilità, la sperimentabilità di una esperienza credente nella particolarità storica di un qui ed ora, di un esserci al mondo, allo spazio e al tempo, cosa che abbiamo scoperto essere esattamente il nodo della corporalità» (Abitare le rovine, convertiti ai barbari. La fede, la parola e l’istituzione leggendo Michel de Certeau, in Vita monastica 242 (2009) 14.
Pertanto, una teologia persuasa di possedere strumenti inattaccabili e rotte definitive può cadere nell’illusione dell’autosufficienza. Il “naufragio” — inteso come crisi, frantumazione di assetti consolidati, perdita di certezze formali — non coincide allora con la dissoluzione della fede, ma con la sua purificazione. Come la nave alleggerita del carico e dell’attrezzatura, anche la teologia è talvolta chiamata a lasciar cadere ciò che, pur avendo avuto funzione, non è essenziale. Si tratta di un passaggio pasquale: non distruzione nichilistica, ma trasformazione attraverso la perdita.
In questo orizzonte, il grido dei discepoli nella tempesta – «Salvaci, Signore, siamo perduti!» (Mt 8,25) – non esprime un fallimento definitivo, bensì il riconoscimento che la fede non può fondarsi su se stessa. La casa costruita sulla roccia resiste non per la perizia dell’architetto, ma perché poggia su ciò che non crolla. La roccia è Cristo; la nave, invece, è storica. Confondere le due realtà significa trasformare lo strumento in fondamento.
Le “tavole” a cui i naufraghi si aggrappano non costituiscono un nuovo sistema alternativo, più agile o più moderno. Sono frammenti, rottami, residui di una forma infranta (Balthasar direbbe: il tutto nel frammento). E, tuttavia, diventano veicolo di salvezza. Teologicamente, esse possono essere comprese come la fraternità condivisa nella comune condizione umana: non dominio concettuale sull’umano, ma prossimità; non sistema chiuso, ma ascolto delle ferite e delle speranze. Ci si salva insieme, talvolta sulle spalle di chi sa nuotare. La salvezza passa attraverso una solidarietà concreta e vulnerabile.
Questa logica del naufragio come purificazione non riguarda soltanto l’elaborazione teoretica, ma investe anche la forma orante della Chiesa, cioè la sua vita liturgica. Se la nave è figura delle strutture storiche mediante le quali la fede attraversa il tempo, anche la liturgia — in quanto forma storicamente determinata della lex orandi — conosce processi di crisi, frattura e trasformazione che non equivalgono a un impoverimento, ma possono costituire un autentico arricchimento.
La storia della Liturgia Romana offre in tal senso un paradigma eloquente. L’uscita dai cosiddetti “secoli della liturgia romana pura o classica” — espressione che la stessa storiografia, anche in autori come Achille Maria Triacca, invita a usare con cautela (cf. Tra idealizzazione e realtà: liturgia romana ‘pura’?, in Rivista Liturgica 45 (1993) 413–442) — e l’incontro fecondo con le culture franco-germaniche non rappresentarono un tradimento dell’identità romana, ma una svolta nel senso dell’approfondimento e dell’integrazione. A mò di paradigma anche per successive inculturazioni, quello che potrebbe apparire come un “naufragio” della forma classica si rivelò, in realtà, una trasformazione generativa: un meticciato liturgico che è divenuto parte costitutiva della carta d’identità del rito romano.
La nuova identità romano/franco-germanica, lungi dall’essere una contaminazione degenerativa, manifesta la dinamica propria di ogni autentica tradizione: non fissismo, ma continuità nella trasformazione; non immobilità asfittica, ma fedeltà creativa. La crisi della forma precedente non condusse a una perdita di sostanza, bensì a una nuova sintesi, capace di integrare apporti culturali differenti senza smarrire il nucleo della fede celebrata. In tal senso, il passaggio dalla cosiddetta romanità “pura” alla configurazione storicamente stratificata del rito costituisce un paradigma di inculturazione liturgica: una nave che cambia assetto, alleggerisce il carico, sostituisce elementi logorati, ma continua il suo attraversamento.
Ne deriva una lezione metodologica di rilievo: le fratture e le crisi, anche nell’ambito della liturgia romana, non devono essere interpretate aprioristicamente come momenti di decadenza, bensì come possibili passaggi pasquali. Il naufragio di una determinata configurazione rituale può essere la condizione per una più profonda integrazione nel tempo della storia. Ogni vera inculturazione liturgica implica una forma di esposizione al rischio, una disponibilità a perdere qualcosa della forma precedente perché l’essenziale possa emergere con maggiore chiarezza in un nuovo contesto culturale.
In questa prospettiva, le posizioni che intendono chiudere la liturgia in un fissismo preconciliare, sottraendola a ogni dinamica dialogica, rischiano di identificare la nave con la roccia, la forma storica con il fondamento cristologico. Ma la tradizione liturgica romana, nella sua stessa genesi storica, smentisce tale riduzione: essa è già il frutto di integrazioni successive, di crisi attraversate, di trasformazioni accolte.
Assumendo quindi con serietà tutte le possibili conseguenze del discorso di Papa Leone XIV a proposito della navigazione teologica come esplorazione in alto mare, il naufragio, dunque, può divenire categoria teologica e liturgica insieme. Momento critico in cui la fede e la sua espressione rituale, spogliate delle sovrastrutture, si affidano all’essenziale. Non si giunge alla riva grazie all’integrità immutabile della nave, ma attraverso la precarietà di ciò che resta, custodendo la promessa che nessuna vita andrà perduta. Così la teologia e la liturgia, accettando di attraversare le proprie crisi, possono ritrovare la loro vocazione più autentica: essere compagne di viaggio dell’umano nel tempo della tempesta, testimoniando che la salvezza non coincide con la conservazione delle forme, ma con la fedeltà al Signore della storia che conduce, attraverso i rottami, alla riva.
In particolare si comprende così che la liturgia è compagna dell’umano non soltanto nei contenuti che celebra, ma anche nello stile con cui celebra, la tavola che condivide nel mare con tutti i fratelli uomini. Se non vuole mondanizzarsi — cioè ridursi a spettacolo, a ricerca di consenso o a riproduzione acritica delle logiche dominanti — essa deve assumere la sobrietà, la gratuità e la profondità simbolica che permettono all’uomo concreto di riconoscervi “insieme” la propria storia trasfigurata. Così la liturgia non si adegua alle superficialità del mondo, ma ne assume le ferite, non si chiude in un’estetica autoreferenziale, ma custodisce uno stile capace di ospitare il dramma e la speranza dell’esistenza di ogni uomo e donna. Solo così essa rimane veramente divina e umana.
