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Tracce per il Baccalaureato
a.a. 2021-2022

mercoledì 06 Aprile 2022
  1. All’origine della fede d’Israele e della sua stessa costituzione come popolo di Dio c’è un’esperienza di liberazione connotata come passaggio da uno stato di asservimento spersonalizzante a un incontro liberante e vivificante e dunque a una condizione di rapporto e relazione con Dio che la Bibbia definisce servizio. L’esodo, evento centrale nell’esperienza storica d’Israele, rivela che il binomio liberazione-servizio rappresenta l’imprescindibile polarità costitutiva della libertà biblica sia dell’AT che del NT. I credenti in Gesù, il Messia, sono chiamati a mostrare, nella loro quotidiana esistenza, la loro qualità di «chiamati a libertà» (Gal 5,13), facendosi liberamente servi di colui che li ha conquistati (Fil 3,12), vivendo quindi «come uomini liberi, servendosi della libertà non come di velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio» (1Pt 2,16).
 
  1. Nella mentalità biblica l’uomo vivente è un uomo in relazione, capace di vivere con l’altro. L’attuale congiuntura ci mostra però la forza della tentazione di praticare una soluzione-scorciatoia al problema della crisi dell’identità, che consiste nel vedere l’altro, il diverso, lo straniero come il nemico. Dunque il rischio è quello di darsi un’identità contro qualcun altro. La rivelazione biblica è rivelazione di JHWH quale Dio di altri: di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Gesù Cristo, di tutti i testimoni della prima e della nuova alleanza. Con l’incarnazione questo processo rivelativo si approfondisce e in Cristo tutti coloro che sono «altri» per razza, lingua, sesso, religione, vengono ormai visti a partire dall’irruzione del Regno nella storia. Solo un saldo fondamento cristologico e una sana tensione escatologica permettono al cristiano di essere testimone della dimensione cristica dell’alterità, accogliendo l’ostilità del «mondo», senza assimilare il diverso e senza rimuovere le differenze, ma riconoscendo la storia come lo spazio in cui lo Spirito può operare ed instaurare la comunione.
 
  1. Nel cammino di fede del credente nel Dio unico è decisiva e ineliminabile l’esperienza del peccato umano e della misericordia divina. L’elezione e la chiamata di Dio non esentano il credente dalla caduta a motivo della sua natura fragile. L’esperienza della misericordia divina, che copre il peccato umano, ha una forma pasquale e pertanto diviene un riflesso della risurrezione, rappresentando pure un’occasione di conoscenza a caro prezzo del volto di Dio. Per Paolo, in particolare, la misericordia di Dio verso il peccato dell’uomo sintetizza il suo insegnamento apostolico sulla soteriologia in Cristo, e quindi sulla sua continuazione nella chiesa corpo di Cristo e comunità dei cristiani, come manifestazione storica e gratuita dell’amore salvifico di Dio per l’uomo. La chiesa, in tal senso, è chiamata, da parte sua, ad assumere la responsabilità di testimoniare, nei suoi gesti e nelle sue parole, la misericordia di Dio, sapendo articolare la verità rispetto all’annuncio con una prassi di misericordia.
 
  1. La morte costituisce il «caso serio» dell’esistenza, una realtà che rientra costitutivamente nell’esperienza umana e che all’uomo non può essere sottratta o celata. Le Scritture giudaico-cristiane offrono alcune coordinate per la comprensione della morte, giungendo all’evento kerygmatico centrale della morte di Gesù. Il discorso cristiano su questo tema si radica proprio sull’annuncio di tale evento che svela l’identificazione di Dio con il Cristo crocifisso. In lui crocifisso Dio stesso «si è esposto all’estraneità aggressiva della morte, ha esposto la sua divinità alla potenza della negazione. E lo ha fatto proprio per essere presente in questo modo a tutti gli uomini» (E. Jüngel). La speranza cristiana di fronte alla morte è dunque a caro prezzo. Da questo nucleo centrale della fede anche il discorso cristiano sulla vita, evitando ogni deriva moralistica, può ritrovare la sua pregnanza e dunque la peculiarità della sua forza e della sua efficacia.
 
  1. Il tema del sacrificio conduce al cuore del cristianesimo, chiamando in causa interpretazione biblica, riti liturgici e loro formulazione, spiritualità. Lo stesso vocabolario biblico sul tema apre ad un orizzonte molto vasto, nel quale trovano spazio i concetti di alleanza, liberazione, salvezza, nuova creazione, culto e impegno morale. La transizione tra i due Testamenti registra elementi di continuità nella pur evidente discontinuità segnata dall’evento Cristo e dalle riletture che ne hanno dato gli autori neotestamentari. Di qui è derivata una reinterpretazione della stessa esistenza credente nei termini di un «sacrificio spirituale» gradito a Dio. La storia della teologia non ha esitato a mostrare paradigmi teologici molteplici in ordine a questo tema, come pure la spiritualità ha esibito modelli di vita cristiana plasmati su un certo tipo di comprensione del sacrificio. Il luogo più evidente di questa complessità è, però, quello liturgico nel quale la comprensione del linguaggio sacrificale è sottoposta ad un articolato processo ermeneutico. Questo servizio divino si configura come servizio obbedienziale: il cuore del culto, infatti, consiste nell’adempimento della volontà di Dio inteso come vita di fede, speranza e carità.
 
  1. Il Primo Testamento fa della memoria la via maestra per una comprensione sapiente della storia dove l’uomo coglie le ragioni per essere fedele nell’oggi al suo Signore. Dinanzi al rischio dell’oblio, che troppo facilmente coglie chi ha lasciato dietro di sé un passato di stenti e gode di un presente prospero, il popolo eletto è chiamato a ricordare le meraviglie di cui è stato testimone, trasformando anche la memoria in solidarietà. Questo tema attraversa anche il Nuovo Testamento, nel quale la memoria che Gesù stesso sollecita e promette è memoria pneumatica: lo Spirito, mandato da Dio stesso, è insieme forza del ricordo, contro ogni oblio umano, e forza di interiorizzazione delle parole e della presenza di Gesù in noi e, mediante la coscienza morale, diviene memoria ricreatrice dei valori etici. La stessa comunità dei credenti nasce dalla memoria pasquale del Risorto e vive la propria missione nella trasmissione di tale annuncio. Lo fa comunicando una memoria che si ravviva sempre nuovamente in alcuni gesti rituali che conservano una struttura memoriale originaria. Lo stesso cammino di dialogo tra le chiese conosce la configurazione di una memoria riconciliata.
 
  1. Nel mondo biblico al concetto di Regno diventa progressivamente consustanziale il carattere salvifico. Nella tradizione d’Israele Dio è Re perché salva il suo popolo. Nella stessa linea Gesù annuncia la signoria di Dio come intervento salvifico che si realizza non nel segno del giudizio, ma della misericordia e del perdono. L’immaginario del Regno messianico è anche adoperato per esprimere la portata universale della risurrezione di Cristo e per mantenere aperta la tensione dei credenti verso il futuro. Ciò che i cristiani attendono è la piena manifestazione in loro e nell’insieme dell’umanità di quella vita affermata con la resurrezione di Cristo. La stessa categoria del Regno propone alla chiesa non poche sollecitazioni circa i suoi rapporti col mondo e il suo modo di annunciare il vangelo, ripensando anche le categorie dell’agire sociale. Anche la dimensione liturgica della vita ecclesiale mantiene viva l’attenzione alla dinamica di compimento del Regno. La dimensione escatologica della celebrazione ecclesiale, infatti, conduce a leggere la quotidianità con vigilanza critica, per non cedere alla tentazione di considerare già attuato definitivamente il Regno. In tale prospettiva la celebrazione liturgica è segnata dalla speranza che ciò che si è adempiuto in Cristo si realizzerà anche per l’umanità.
 
  1. Il tema del servizio attraversa l’intera Scrittura modulandosi su intonazioni che accentuano via via aspetti differenti e complementari. Il servizio che l’uomo è chiamato a dare nella sua vita è già specificato nel racconto delle origini. Qui emerge come tale vocazione al servizio e alla custodia informi la triplice relazione dell’uomo con la terra, con Dio e con il fratello. Lo stesso tema conosce pure, nel Primo Testamento, una modulazione spirituale nell’interpretazione del servizio come culto e preghiera al Signore. L’evento cristologico è, poi, riletto attraverso la figura del servo che porta a compimento, in forma inedita, le anticipazioni anticotestamentarie del Servo di Jhwh. Su questo sfondo è possibile rileggere l’intera missione ecclesiale dalla prospettiva del servizio, assumendo tale codice biblico come un preciso modello di chiesa, interpretando anche l’esistenza umana come diakonia alla vita. Di qui deriva una rilettura del tema dell’autorità, come pure del rapporto tra la comunità ecclesiale e il mondo. GS 11 giunge ad affermare che «il popolo di Dio e l’umanità, entro la quale esso è inserito, si rendono reciproco servizio».
 
  1. La parola discernimento costituisce una delle principali chiavi di lettura dell’attuale pontificato. Si tratta di un tema che appartiene da sempre alla tradizione cristiana e, prima ancora, per certi versi anche a quella biblica. Nelle Scritture ebraico-cristiane esso conosce transizioni e rimodulazioni che, se nel Primo Testamento, sottopongono a verifica le figure teologiche nelle quali l’antico Israele ha letto la vicinanza di Dio, vale a dire il re, il profeta e l’agire divino nella storia, nel Nuovo portano l’attenzione sulle parole e la prassi di Gesù, come pure su quelle delle comunità neotestamentarie. La tematica ha attraversato pure tanta parte della tradizione spirituale, arricchendosi di prospettive plurali che fanno riferimento ad esperienze ecclesiali e di vita cristiana differenti, mentre, nella tradizione morale, ha conosciuto diversi approcci soprattutto come chiave ermeneutica del rapporto tra norma e coscienza. Col Vaticano II è andata maturando una sottolineatura comunitaria dell’atto del discernimento, a partire da quell’evidenza per cui ogni credente deve farsi carico della responsabilità della missione e concorrere, per parte sua, all’edificazione della comunità cristiana.   

     
  2. L’azione salvifica di Dio in Cristo illumina un presupposto che è essa stessa espressione dell’agire di Dio: la creazione. In questa azione divina, che si compie definitivamente in Cristo, il “prima”, il principio, di cui l’uomo non può disporre è illuminato come creazione. Dio risulta per l’uomo permanente fondamento e promessa, colui che lo istituisce come destinatario del mondo e suo responsabile. Questa parabola teologica è disegnata nei suoi passaggi principali dalla Scrittura in riferimento al progetto originario di Dio, che muove dalla creazione nella sua dimensione di mistero per culminare nella considerazione dell’unica economia della grazia di Cristo. L’antropologia teologica, da parte sua, illustra l’“alterità” del mondo come possibilità di comunione e come chiamata a essere in Cristo, a prendere i suoi tratti filiali. Così Dio è riconosciuto altro dal mondo, per il mondo, del mondo e l’uomo si riconosce chiamato alla comunione con Dio tramite le realtà create, di cui si sa custode.