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Tracce per il Baccalaureato

sabato 15 Agosto 2020

TRACCE PER L’ESAME DI BACCALAUREATO
 
1. La professione di fede nel Dio creatore conosce, nella rivelazione biblica, tappe progressive di sviluppo e di maturazione che pervengono ad un punto di arrivo decisivo nell’affermazione secondo la quale “tutto è creato in Cristo e per mezzo di Cristo” (cf. Col 1,15ss.). Nel dato teologico della creazione si riconosce come è all’opera un dialogo tra Dio e l’uomo che, a partire dall’incarnazione del Verbo, raggiunge il suo più alto compimento, attraverso lo svelamento del volto di Dio e di quello dell’uomo (GS 22). In esso il mistero di Dio si dà, così, a conoscere e si rende accessibile all’uomo attraverso quelle vie di mediazione che ne rendono praticabile l’accesso e l’incontro. A partire dal riconoscimento del nostro essere creaturale sorge per l’uomo un impegno e una responsabilità nei confronti della vita dal concepimento alla morte.

2. Il ministero messianico di Gesù, attraverso i suoi gesti e le sue parole, porta a maturazione il tema biblico della regalità di Dio e a compimento le attese di Israele. Centro della sua opera è l’annuncio del regno, che costituisce l’ambito principale della rivelazione del volto di Dio oltre che la chiave ermeneutica fondamentale per interpretare tutta l’esistenza del Nazareno, fino al suo apice nel mistero pasquale. Rispetto ai caratteri di assolutezza che connotano il contenuto di tale annuncio, anche le vie di accesso al mistero di Dio conoscono una sostanziale reinterpretazione. La comunità dei credenti in Gesù, il Signore, sviluppa la propria autocoscienza ecclesiale attraverso la progressiva attestazione della propria relatività all’assoluto del regno che, nella persona del Crocifisso-risorto, assume connotati escatologici e configura un rinnovato orizzonte etico, nel quale il credente è chiamato ad animare cristianamente l’ordine temporale rispettandone la natura e la legittima autonomia. 

3. La rivelazione biblica attesta che l’uomo non può essere riconosciuto nella sua unicità se non nel rapporto con Dio, il quale si autocomunica chiamando l’uomo ad una pienezza di vita che si compie definitivamente nel dono della salvezza. Quest’ultima è un’iniziativa di Dio, che può essere letta come liberazione-redenzione, come alleanza e come creazione. In tale vicenda la narrazione biblica, accanto all’azione salvante di Dio, mostra pure la molteplice esperienza del peccato che assume il suo valore drammatico nel quadro più ampio dell’alleanza. L’evento di Cristo, in particolare la sua morte e risurrezione col dono dello Spirito, rende evidente la definitività dell’elezione e della salvezza dell’uomo. L’azione dello Spirito, dono del Risorto, nell’esperienza battesimale ridefinisce il credente dal di dentro, lo rinnova in radice e lo apre alla realtà-dono-impegno della conversione-fede-sequela, della progressiva configurazione a Cristo, dell’«uomo nuovo» rinnovato dalla grazia del Signore risorto, chiamato alla libertà, alla figliolanza e alla vita di fede e di amore, in una relazione di intimità con il Padre. 

4. Un tema che percorre in maniera trasversale la rivelazione biblica è quello del sacrificio. Con tonalità e significati molteplici esso costituisce un tema attorno al quale si concentrano progressive  acquisizioni in ordine alla coscienza di Israele, al valore del Tempio, al ruolo dei sacerdoti, al senso di determinati atti cultuali. Decisivo, in questo processo di sviluppo, è il modo con cui Gesù reinterpreta la prassi e le consapevolezze giudaiche, spostando l’asse ermeneutico dalla ritualità all’esistenza e risignificando il valore del sacerdozio attraverso l’offerta della propria vita nel mistero pasquale. Da tale radicale novità scaturiscono notevoli conseguenze per la comprensione dell’identità della comunità ecclesiale e del singolo credente, per il valore “metaforico” del sacrificio, per il nesso tra il culto e la vita, per una essenziale ristrutturazione del rapporto sacerdozio-ministero. Dalla ricomprensione sacerdotale dell’esistenza credente deriva, del resto, un diffuso ethos ministeriale dei soggetti. 
5. «È piaciuto a Dio di santificare e salvare gli uomini non separatamente e senza alcun legame fra di loro, ma ha voluto costituirli in un popolo che lo riconoscesse nella verità e lo servisse nella santità» (LG 9). Il dettato conciliare richiama un assunto centrale, presente in maniera costante nei libri biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento, che mostra l’agire divino come diretto ad un soggetto collettivo, chiamato a riconoscere una convocazione di Dio per una missione. Prima Israele e poi la Chiesa sono costituiti in questa condizione che, nelle tappe progressive della storia della salvezza, si mostra come dimensione essenziale e strutturante l’autocoscienza di popolo e il senso della sua missione nella storia. Il valore del “noi sociale” disegna non solo la strutturazione interna del soggetto ecclesiale, ma anche la forma di presenza nel mondo e delinea, non da ultimo, un’etica della carità che si dispiega in realizzazioni plurali.
 
6. Un tema col quale la tradizione cristiana ha fatto, sin dalle sue origini, i conti è quello del corpo. Già la letteratura neotestamentaria e poi successivamente il confronto culturale dei Padri con le correnti di pensiero presenti nella loro epoca hanno mostrato la complessità e, al contempo, la centralità di questo tema nella riflessione su Dio e sull’uomo. Il corpo è il “luogo proprio” in cui la rivelazione si offre e si attua come storia di salvezza, lasciando emergere, nella comunione e nella reciproca differenza, ciò che è proprio di Dio e ciò che è dell’uomo. Si inserisce in queste riflessioni l’attenzione alla dimensione simbolica del corpo, capace di esprimere, nel dinamismo del reciproco donarsi, la riflessione sul mistero trinitario. Ne deriva conseguentemente il recupero della dimensione corporea nella liturgia, luogo di evidenza della portata sacramentale del corpo, strutturalmente aperto agli altri, al mondo, e a Dio, oltre che di quella intersoggettiva. La grammatica del corpo ha evidenti codici interpretativi nell’agire morale del credente.
7. «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2a). Il Vaticano II, nella costituzione Dei Verbum, ha disegnato in termini di relazione la dinamica processuale che mette in campo la rivelazione di Dio e la fede dell’uomo. L’azione rivelante di Dio incontra la potentia oboedientialisdell’uomo, capax Dei, all’interno di una storia fatta di gesti e di parole, popolata di figure di mediazione, capace di rendere possibile per la creatura umana l’accesso al mistero di Dio attraverso un percorso progressivo di svelamento e di autocoscienza. Col dono pasquale dello Spirito i credenti sono abilitati a riconoscere i segni della presenza di Dio nella loro storia e ad assecondarne nella fede la crescita. Tutta l’economia sacramentale porta i segni chiari della medesima dinamica rivelativa, dal momento che in ogni atto sacramentale l’agire di Dio, mediato dall’umanità del Verbo, incrocia la coscienza e la libertà credente e obbediente dell’uomo, orientandone e perfezionandone l’esistenza.
 
8. La morte, come esperienza storica dell’uomo vivente, è l’evento nel quale l’essere-al-mondo si presenta al massimo grado nel suo aspetto di condizione non-ancora-definitiva dell’esistere. La rivelazione biblica conferisce a questa complessa esperienza del morire umano un carattere cruciale. Anzitutto riconducendo il lato tragico del morire ad un peccaminoso oscuramento del carattere originariamente promettente del venire al mondo in quanto dono della grazia di Dio. In secondo luogo illuminando il carattere ambiguo del morire con le metafore della gestazione ad una nuova vita. E infine istituendo la possibilità di vivere realmente la propria morte come liberazione dal male e dalla caducità dell’esistere nel mondo. Nella morte, la fede cristiana confessa che una personale assunzione di libertà e la corrispondente identificazione del proprio essere avvengono attraverso l’incontro col Signore risorto. Nel frattempo la relazione con il Signore risorto può essere accolta quale condizione della vita nel tempo e criterio di discernimento dell’opera dello Spirito, che con ‘gemiti inenarrabili’ dà voce attraverso la storia al desiderio di Dio. Tutto questo orienta in modo preciso l’ethos cristiano sulla custodia della vita, ridonando altresì un senso nuovo al morire.
9. Alla tradizione cristiana appartiene l’uso del termine comunione come denominatore comune per designare una pluralità di realtà che costellano il suo universo teologico. Da un riferimento preciso a ciò che Dio è in sé e nella sua attività pro nobis, a ciò che la persona umana è chiamata ad essere nella sua struttura originaria e nella sua prospettiva di compimento, e a ciò che la chiesa stessa è: il concetto di comunione, nella variazione delle sfumature di significato e nelle forme di utilizzo, possiede una ricchezza semantica unica, capace di essere ermeneutica dell’esperienza cristiana complessiva e dei suoi diversi elementi essenziali. La parabola articolata dei suoi riferimenti compone insieme più piani, lo storico con il metastorico, l’umano con il divino, l’individuale con il sociale, l’ontologico con l’assiologico, il particolare con l’universale. Dalla loro composizione emerge la prospettiva cattolica – ossia secundum totum – della riflessione teologica.

10. Una delle questioni che il Vaticano II ha riportato al centro dell’attenzione nella riflessione ecclesiologica è il rapporto Chiesa-Vangelo. Si tratta di un binomio che può essere letto da diversi punti di vista: richiama, infatti, la natura della Chiesa nella sua origine e nella sua missione, ma anche il processo genetico dello stesso documento biblico, avvenuto in seno alla vita delle comunità cristiane delle origini. Tale nesso, mentre definisce la relatività della Chiesa al Vangelo mostrandola quale creatura Verbi, al contempo rivela l’autorità che la stessa Chiesa ha nella sua trasmissione nonché nella sua retta interpretazione. L’evangelizzazione, in tal senso, non si limita ad essere esclusivamente comunicazione del contenuto del Vangelo, ma è anche ciò che determina la costante condizione di riforma nella quale la Chiesa deve permanere. Proprio in quanto reformanda, essa può stare nella storia, docile allo Spirito, a servizio del regno e in dialogo con il mondo. In tale condizione la Chiesa può assumere il rapporto Vangelo-legge morale e farsene autorevole interprete.